Ho letto il Club del comico di Michele Palumbo e fulminante l’immagine che mi è venuta in mente è stata questa: il monaco cieco Jorge da Burgos, il vero antagonista del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco. Jorge da Burgos (nome-tributo a Louis Borges) ha una singolare quanto lugubre concezione del riso. Cito da Il nome della rosa:
“Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro”. Chiese Guglielmo. “No, certo”, rispose Jorge. “Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la Chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… […] Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. […] E questo libro, giustificando come miracolosa medicina la commedia, e la satira e il mimo, che produrrebbero la purificazione dalle passioni attraverso la rappresentazione del difetto, del vizio, della debolezza, indurrebbe i falsi sapienti a tentar di redimere (con diabolico rovesciamento) l’alto attraverso l’accettazione del basso. Da questo libro deriverebbe il pensiero che l’uomo può volere sulla terra (come suggeriva il tuo Bacone a proposito della magìa naturale) l’abbondanza stessa del paese di Cuccagna. Ma è questo che non dobbiamo e non possiamo avere. […] Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, della pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell’irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell’impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili – oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!”.
Il romanzo di Eco, com’è noto, è anche parafrasi del suo tempo e il riferimento al riso in questo passo rievoca quel terrore che potremmo chiamare horror serietas, che è una paura politica, perché uno Stato privo di satira è uno Stato morto, totalitario, è lo stato delle masse. Allora domandiamoci se oggi ciò che è rappresentato sui social come Stato digitale sia o meno totalitario. Certo che no, uno strumento non può essere criticato in quanto tale ma per l’uso che se ne fa. Quindi bisognerebbe piuttosto domandarsi quale sia l’uso che la politica fa, oggi, della tecnologia e della possibilità di venir, dalla satira, messa al bando, capovolta. Ed attenzione a parlare di satira, perché (ecco il vero fine della filosofia, quella di porre le domande, a differenza della scienza, che si pone le domande giuste, la maggior parte delle volte) una politica che dileggia la controparte è populista e rischia di parlare alla pancia e di ridurre il dibattito ad un can can. Ormai, e non è retorica, certa classe politica (se non tutta) è mutata in classe comica e a questo proposito casca a pennello la battuta finale recitata da Socrate nello spettacolo Il Club del comico del Prof. Palumbo:
Il ridere diviene l’unica rivolta possibile, il comico diventa l’unica sovversione praticabile. Rivolta e sovversione per una lotta di ogni giorno, necessaria, dura. Il mondo, infatti, è nelle mani delle persone serie. I risultati si vedono.
Ma tutto non finisce qui, perché la vera commemorazione di un personaggio di cultura passa soprattutto dall’analisi delle sue opere. Ecco, vorrei evitare i parallelismi fra Palumbo e Eco, ma evitiamo le sterili commemorazioni! Soprattutto ora che sono passato dieci anni dalla morte di Eco e otto dalla morte di Palumbo. Ora possiamo parlarne, dobbiamo parlarne! E vorrei farlo a partire da due volumi posseduti da Palumbo, uno l’ha letto, l’altro lo ha scritto. Si tratta rispettivamente di Che cos’è la Filosofia? e La rivolta e il ridere, Comicità e sovversione, quest’ultimo è stato dato alle stampe nel 1992, ma ancora attuale.
La continuazione nel prossimo articolo…
